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Questa edizione dei mondiali vede l’ allargamento del numero dei partecipanti: la fifa non può più dimenticare le squadre del “terzo mondo calcistico” (Africa ed Asia) che sono divenute ormai realtà, in grado di competere onorevolmente con le grandi regine europee e sudamericane. Naturalmente la maggioranza delle squdre è ancora del vecchio continente: 13 europee più la spagna paese ospitante. Manca l’olanda vicecampione, vittima delle eliminatorie ed anche l’inghilterra si qualifica per il rotto della cuffia. Il campione più atteso è Diego Armando Maradona: il Barcellona lo ha portato in Europa staccando un bell’assegno di 16 miliardi, cifra a quei tempi ritenuta astronomica.

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Mancano le personalità immense dei mondiali precedenti (Pelè e Cruijff tra gli assenti), anche se giocatori come Kempes e Rossi nobilitano la manifestazione. L’argentina padrona di casa presenta un undici privo, forse, del campione di spicco, ma unito, coeso, composto da giocatori risoluti e disciplinati: un gruppo atipico rispetto alle compagini sudamericane classiche. E’ un mondiale particolare: l’italia viene inserita d’ufficio nel girone dell’argentina ed i padroni di casa giocano sempre dopo i loro rivali, a risultato acquisito. Appare chiaro che vi è una volontà a portare in finale queste due compagini, ma purtroppo toccherà agli olandesi sostituire gli italiani nella finale di Buenos Aires. L’italia parte per il Sudamerica tra i fischi e gli insulti: stanno giocando male e i tifosi sono indispettiti.

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Organizzato con precisione ed efficienza tipica dei tedeschi, questo mondiale vede la predominanza del vecchio continente sul Sudamerica. Alla solita Germania, si affiancano da protagoniste Polonia e Olanda: la squadra orange è la vera rivelazione, con il suo gioco innovativo e giocatori fenomenali come Neeskens e Cruijff. I bookmakers danno l’italia favorita alla pari con la Germania per la conquista del titolo, invece gli azzurri incappano in un altro torneo grigio e da dimenticare. E’ una nazionale fiacca, spaccata nello spogliatoio (Allodi direttore generale e Valcareggi ancora in panchina non riescono a guidare la nazionale e mantenerla unita) e già all’esordio con Haiti dimostriamo le nostre pecche: si vince (3-1) ma non si convince.

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Svolta nei regolamenti: per la prima volta sono ammesse due sostituzioni. Questo permetterà al Ct azzurro, Valcareggi, di varare la cosiddetta “staffetta” tra Rivera e Mazzola, che tanto divise ed accese i tifosi italiani. La notevole altitudini delle città che ospitano il mondiale crea serie difficoltà a molti giocatori, che stentano a rendere al massimo in quel clima particolare e con l’aria rarefatta. Il brasile, anche questa volta, parte col favore dei pronostici: d’altra parte chi può schierare Pelè (ancora in ottima forma), Gerson, Tostao, Clodealdo e Carlos Alberto? Forse i soli che impressionano i cronisti sono i tedeschi: Overath, Muller e Beckenbauer sono le stelle di una nazionale che sembra intenzionata a prendersi una rivincita rispetto a 4 anni prima, in inghilterra, quando fu beffata da un gol fantasma in finale. Uruguay e Perù sono le squadre rivelazione (rispettivamente semifinali e quarti), mentre l’inghilterra è la delusione fermandosi ai quarti.

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Il 1966 segna l’ingresso definitivo del mondo del calcio nella cosiddetta “strapotenza fisica”: l’aspetto fisico, della potenza atletica, comincia a prendere definitivamente il sopravvento sull’aspetto tecnico. Il destino delle squadre più tecniche e manovriere, che giocano “al rallentatore” cercando la giocata ad effetto ed esaltando i singoli, sembra segnato. Così italia, brasile e molte altre formazioni, considerate le più forti sul piano della tecnica, vengono eliminate mano a mano che il torneo procede. L’inghilterra, che vincerà il suo primo ed unico titolo, si esalta in questo calcio fisico: difesa rocciosa e repentini contropiedi, potenza nelle entrate e ritmo alto per tutti i novanta minuti.

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In Cile si assiste ad uno spettacolo modesto, se paragonato ai mondiali precedenti in Svezia. Questo non solo per il numero di goals (inferiore a quelli realizzati nel torneo precedente), ma anche per lo spettacolo offerto dalle squadre sul campo. Inoltre, durante tutta la manifestazione, non c’è una squadra che colpisca l’osservatore in modo particolare, regna l’equilibrio e la paura di perdere che blocca la fantasia e l’aggressività. Si impone ancora il brasile, che pur orfano di Pelè (O’ Rey è infatti infortunato) prevale sugli avversari grazie ad un gioco lineare, intelligente e concreto. Le rivali più accreditate alla vigilia erano l’Urss e la Cecoslovacchia, mentre i cileni e gli uruguagu si distingueranno per il calcio violento che praticano. Solo la spagna di Herrera lascia intravedere sprazzi di bel gioco, eppure i fuoriclasse non mancano: Sivori, Suarez, Ivanov, Moore e molti altri avevano nutrito le speranze degli appasionati di poter assistere ad uno spettacolo eccelso.

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anke grosso si merita il pallone d'oro
amo troppo FABIO GROSSO!!!!!
x essere 1 gikatrice di calcio credo ke il...
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