Rassegna stampa: in delirio quella Italiana, sconsolata ma obiettiva quella tedesca.

Gara fisica, intensa, durissima, bella da vedere, certamente da ricordare: così italia-Germania, conclusasi ai supplementari con la vittoria (2-0) degli azzurri, viene definita sui vari quotidiani italiani dagli opinionisti sportivi e non; la stampa tedesca rende omaggio agli eliminati e abbandona certi eccessi (evitabili) dei giorni scorsi.
Da Repubblica - Fiorisci bel fiore. Supplementari anche stavolta, ma senza altalena di gol. Tutti nella stessa porta, quella di Lehmann, negli ultimi tre minuti utili: prima Grosso, poi Del Piero. È stata durissima, ma è stata bella da vedere, da vivere ai bordi. L’italia ha giocato una strepitosa partita con tutti i suoi difensori, che hanno concesso pochissimo alla Germania, tre tiri pericolosi in due ore di gioco. In questo stadio di Dortmund la Germania non aveva mai perso, e a un certo punto si è temuto che la buona sorte fosse ancora dalla parte dei tedeschi. Dopo novanta minuti molto prudenti, anche da parte loro, con più attenzione a non prendere gol che voglia di segnarne, l’italia si era ripresentata con maggior condizione atletica, maggior convinzione, e la voglia di farla subito finita. E ci sarebbe anche riuscita, se un bellissimo numero individuale di Gilardino, che ha rimpiazzato toni, stanchissimo ma lottatore, non fosse finita contro un palo. E dopo meno di due minuti un gran tiro di Zambrotta contro la traversa. Segnali negativi, in genere la squadra che si strozza in gola il grido del gol subisce contraccolpi negativi. L’italia no, ha insistito, rischiando. Nei supplementari ha attaccato molto più dei tedeschi, che hanno avuto due occasioni con Podolski, un colpo di testa fuori bersaglio e un forte tiro deviato in angolo da buffon. Molto più impegnato Lehmann, sia nelle uscite alte, sia nelle parate (Pirlo è andato vicino al bis). È stata una partita tra due squadre che si rispettavano, con fondati motivi. Una partita cordiale già prima dell’inizio, con lippi che spiegava a Klinsmann “noi non c’entriamo” a proposito della squalifica di Frings, con Klinsmann che sorrideva e abbracciava il ct azzurro. Lo stesso abbraccio si è ripetuto alla fine, coi tedeschi distrutti ma molto sportivi: strette di mano, scambi delle maglie. Meno sportivo il pubblico, che prima dell’inizio ha fischiato il nostro inno. Bella risposta dei tifosi italiani, quando è stato il loro turno non hanno fischiato quello tedesco. Il fattore-campo, tanto temuto, non ha pesato più di tanto. L’arbitro messicano Archundia ha fischiato con esemplare equidistanza. Due ammoniti per loro, uno per noi (Camoranesi). Non era tra i diffidati, quindi sarà disponibile per la finale e tornerà disponibile anche De Rossi, che avrà finito di scontare la sua lunga squalifica. La partita comincia con una mossa a sorpresa di Klinsmann: Kehl per Frings era ampiamente previsto, Borowski sulla sinistra al posto di Schweinsteiger un po’ meno. Uno o l’altro, fa lo stesso: andava a sbattere comunque contro uno Zambrotta mostruoso. E intanto, nelle fasi d’attacco dei tedeschi, si aveva modo di apprezzare l’apporto di Grosso, sempre più disinvolto sulla sinistra sia quando ha marcato Schneider sia quando ha dovuto prendere le misure al più veloce Odonkor. Cannavaro, ma anche l’angelico Materazzi di questo Mondiale, ormai non fanno più notizia. A Klose non hanno lasciato un solo pallone alto. Intelligentemente, Klose è arretrato, cercando lui l’assist per i compagni. Ma Podolski non era in serata e le uniche due conclusioni di Ballack (arginato in modo commovente da Gattuso) sono finite alte. Una piccola sorpresa, non nella formazione ma nella posizione degli uomini in campo, è venuta da lippi. Per almeno un’ora, non il 4-4-1-1 ma piuttosto un 4-5-1 che ricordava moltissimo la francia vista col brasile. totti ha giocato più arretrato, diciamo alla Zidane, e si è cercato molto con Pirlo: il milanista ha avuto una partenza non delle migliori, perdendo qualche pallone di troppo, ma poi si è ripreso alla grande, ed è stato determinante nei supplementari. Suo l’assist per il gol di Grosso, un diagonale imprendibile per Lehmann, suo l’avvio del contropiede che ha portato al raddoppio di Del Piero, servito al bacio da Gilardino. Questa italia alla francese ha molto abbassato la cresta dei tedeschi, che non hanno trovato gli spazi sognati e a un certo punto, loro, proprio loro, si sono rassegnati a giocare in contropiede. Se la prima parte del lavoro era riuscita, restava la seconda. Cioè, fare gol. Qui, pur non giocando in modo rinunciatario, l’italia ha scontato la mediocre serata di Camoranesi, l’unico al di sotto dell’eccellente rendimento dei compagni. Per battersi si è battuto, ma ha fatto molta confusione e in più di una circostanza si è scordato di Lahm. All’inizio dei supplementari lippi lo ha cambiato con Iaquinta, che ha portato più velocità, non altrettanta precisione. Si è avuta ancora una volta la conferma che tutti in questa Nazionale servono, e vanno anche in gol, e nessuno è indispensabile. È comunque da applaudire a lungo, l’italia. Intanto, ha fatto un favore a se stessa, uscendo ingigantita da questo stadio che doveva essere la sua fossa. Lo ha fatto, merito anche maggiore, nel giorno in cui sono uscite le richieste di condanna per lo scandalo del calcio made in Italy. Per farla corta, questa fretta di comunicarle non l’ho capita. Mezza giornata in più andava bene lo stesso. Non so come abbia fatto la squadra a restare concentrata solo su questo impegno. A non andare, anche involontariamente, con la testa altrove, ad altri problemi, ad altre grane. Questa sera l’italia saprà il nome dell’altra finalista: francia o Portogallo, sembra più probabile la francia. Quale che sia, l’altra finalista avrà un giorno di riposo in meno nelle gambe e, quanto alla mezz’ora di supplementari, una vittoria così cancella tutto, anche la fatica, la fatica vera, pesante, di giocare in uno stadio al 90 per cento ostile e con una cappa di umidità incredibile. È cresciuta un po’ alla volta, l’italia. E si ritrova ad aver fatto un cammino che non molti la ritenevano capace di fare. Della finale ci sarà tempo per parlare. Adesso godiamoci questa vittoria, i cuori forti erano stati avvisati, questa volta nessuno potrà parlare di vittoria all’italiana. Non ci sono sospetti, episodi dubbi, per gli azzurri oltre ai due gol ci sono anche il palo e la traversa di cui ho già detto. E ’ il segno di una squadra in salute, così matura da tirare la stoccata al momento buono, quando già i tedeschi, e Lehmann soprattutto, già pensavano ai calci di rigore. È andata bene, molto bene, ma non per caso. Questa è una vittoria molto voluta ed è una vittoria di tutta la squadra. Ieri sera nessuno ha cercato il numero personale, la piccola vetrina da egoista, tutti hanno giocato con e per la squadra. Ed è davvero difficile individuare il migliore. Bravi tutti, una volta si diceva così, e grazie.
Gianni Mura
Da Corriere della Sera - Siamo là dove non pensavamo, dove credevamo di non essere nemmeno degni di stare. Siamo sul tetto del mondo di nuovo come 12 anni fa e come sempre, perché questo sport di attrezzo ed equilibrio, di gente di dovunque e di ogni razza è il nostro sport, un gioco storto che sappiamo giocare come nessuno. La Germania era solo un pretesto e l’ha quasi capito. Era più debole e più cantata, era il popolo del tempo giusto che non è mai arrivato. E lo sapeva. Gli italiani non sono i loro avversari. Troppo disordinati, troppo organizzati nel loro caos primordiale, così attenti da non ammettere errori nemmeno in fondo a 120 minuti di fatica. Questo è il calcio vero, fuori da ogni processo, da ogni plotone di esecuzione. Il calcio dell’istinto e del cuore, quello che abbiamo aspettato e pagato, il nostro calcio che altri hanno mescolato e tradito. Lo ritroviamo qui, in questa notte umida, afosa, appiccicata alla pelle, che ricorda, senza epica ma sinceramente, la nostra storia. Non siamo mai stati i migliori, ma siamo sempre stati i più umili, quelli che più studiano per andare oltre i limiti. La palla che scivola è la nostra metafora, è l’arte di arrangiarsi, di giocare i migliori. E il modo di stare in campo è quell’architettura che non abbiamo più la ricchezza per costruire. Nel calcio cancelliamo molte cose, probabilmente troppe. Del calcio facciamo progetti troppo importanti. Siamo scontrosi ed eccessivi quando si parla di pallone. Ma siamogli uomini di mezzo, il popolo ideale su questo pianeta per mettere insieme un’idea di sintesi. Siamo i sudamericani d’Europa e gli europei del Sud America. Siamo strana gente che non è alta né bassa, né forte né debolema riesce a gestire i suoi limiti perché li studia, perché viene da lontano, perché ha grandi geni nel suo prototipo originale, perché sa soffrire e sa andare avanti sotto qualunque tempo e latitudine. Dal punto di vista tecnico abbiamo vinto come era imprevisto, attaccando. I tedeschi non aspettavano avversari così reattivi e ordinati. Pensavano avremmo aspettato e saremmo ripartiti. Siamo stati invece semplicemente più forti. Molto più forti. Abbiamo potuto sopportare senza danni anche la notte pesante di giocatori importanti come toni e totti, i disordini di Perrotta e Camoranesi, la sfortuna dei pali colpiti da Gilardino e Zambrotta. C’era un filo rosso fra noi e la vita che tifava per noi, non era mai troppo convinto ma era insistente, raccontava bene la nostra forza. C’era nell’aria un vago profumo di trionfo e non era fortuna. Era costruzione che si metteva insiememattone dopo mattone, angolo dopo angolo di storia e di bellezza, di atavica capacità di giocare questo straordinario gioco che di nuovo ci mette in cima al gruppo. In un’epoca in cui il calcio non sa se essere bianco o nero, è straordinario che torni a dominare la vecchia stirpe italiana, quella emigrante e geniale che si è presa tante volte sulle spalle il tempo e l’ha portato avanti. La partita è stata un lungo tunnel verso questa direzione. Una supremazia originale che ha chiesto il suo tempo per affermarsi. I migliori mi sono sembrati Zambrotta, Cannavaro, Materazzi e Grosso, ma forse è una vecchia idea difensiva italiana. In realtà, è tutto il nostro calcio che vince, anche quello alla sbarra. Un movimento grande ed eccessivo che deve essere cambiato ma non dimenticato. Ora andiamo in infinita processione verso Berlino, a capire bene quello che è successo e a portare la nostra bandiera verso il terzo millennio. È tempo di ricominciare a vincere.
Mario Sconcerti
Da Corriere della Sera - I due pali: secondo e terzo minuto del primo tempo supplementare, se non sbaglio. Quando succedono certe cose, la malinconia di fondo del tifoso comuncia a lavorare, e ti convince che finirà come le ultime volte: rigori, e fuori. Stavolta, magari, coi tedeschi a farci i complimenti. Il primo palo, quello di Gilardino, è stato crudele. L’ho visto benissimo, con la prospettiva di Klinsmann che stava cinque metri sotto di me. Il colpo, e poi quel rotolare tranquillo verso sinistra, come se la palla coi pavesini volesse dire: “Rassegnatevi italiani, tenetevi i vostri ricordi del 1970. Perché non c’è niente da fare: stavolta andrà diversamente”. E invece è andata come allora, e mio figlio - tredici anni, come me al gol di Rivera - avrà qualcosa da ricordare. Un papà senza voce che chiama dallo stadio, e sembra più bambino di lui. Sì, i pali: Gilardino e Zambrotta. Avrebbero demoralizzato tutte le squadre del mondo. Non questa nazionale di pazzi, che sembra usare le disgrazie del calcio italiano come combustile. Prima della finale di Berlino bisogna comunicargli qualcosa di pazzesco: che salta il prossimo campionato, che cinque squadre verranno confinate in un’isola del Tirreno e costrette a giocare una contro l’altra senza pubblico, applaudite solo dal rumore del mare. È stata la partita più bella, emozionante e corretta del Mondiale; e i tedeschi allo stadio si sono comportati da signori. Ho visto il loro sollievo, dopo i pali. Non immaginavano, poveretti, che gli dèi rotondi degli stadi avessero deciso, per una volta, di consegnare una ricompensa e non applicare un contrappasso. Due pali, poi due gol. Al secondo, Megumi Ishinaru, la mia vicina giapponese con la maglietta di Del Piero, s’è alzata e ha detto: “Lo sapevo”. Mi ha dato la mano ed è sparita, come una divinità capricciosa. Il calcio non è, come sostengono gli specialisti del senno di poi, uno sport logico: fosse così, piacerebbe agli americani, che invece lo respingono. Il calcio è profondamente ingiusto e casuale, ma emozionante: imita la vita, che ogni tanto ci regala emozioni così. È mezzanotte e mezza, e sull’ultimo anello del Westfalenstadion dove mi sono messo a scrivere, rimangono gruppetti di tifosi tedeschi silenziosi e sbalorditi. Non è il caso di dirgli che WIR FAHREN NACH BERLIN si può tradurre in italiano: a Berlino ci andiamo noi, e purtroppo non c’è posto per due. Paolo Rossi, dietro il vetro della postazione di sky, mi saluta con la mano: è felice come se i gol li avesse fatti ancora lui. Sotto il campo verde è deserto: i due pali di Gilardino e Zambrotta sono lontani, bianchi, giusti. L’altoparlante dello stadio suona “What If” dei Coldplay. Non c’entra niente, ma ci sta bene.
Beppe Severgnini
Da La Stampa - Hanno dato tutto. Per questo, alla fine, hanno avuto tutto. La finale, la gloria, l’applauso del mondo. Nel giorno in cui la pubblica accusa, a Roma, ha chiesto la serie C per la Juventus e la B per Fiorentina, Milan, Lazio, a Berlino va l’italia di Marcello lippi, che ha stroncato la Germania nella sua tana, nei supplementari, in capo a una notte che ci porteremo nel cuore per chissà quanto. Non hanno deciso i rigori, come si temeva. Hanno deciso i supplementari. Dolci come all’Azteca, senza però che Gerd Muller entrasse nei piedi di Podolski e trasformasse l’intreccio in un palpitante ping-pong. Impossibile dimenticare la sequenza. Palo pieno di Gilardino, traversa scheggiata da Zambrotta, volo di buffon su Podolski, gol di Grosso, gol di Del Piero. Grande partita, grandissimi azzurri. E così Berlino si aggiunge a Roma ’34, Parigi ’38, Città del messico ’70, Madrid ’82, Pasadena ’94. Sesta finale. Avversario, la francia di Zidane o il Portogallo di Figo. È il successo di un gruppo e del suo allenatore. lippi ha saputo correggersi: questi sono i frutti. Una semifinale mondiale è libidine, ma anche tortura. Pensi: chissà se mi capiterà un’altra volta, intanto lo stomaco ti si rivolta. Lo stadio di Dortmund sta alla Germania come il Filadelfia al Grande Torino. E anche questo è un fatto. Il calcio di Germania e italia non è né antico né moderno: è normale e, dunque, attuale. Gli azzurri non rinunciano, non l’hanno mai fatto. Cuore e cervello, sempre. Se subiscono - e a tratti succede, ci mancherebbe - è perché esistono anche gli avversari: che, per giunta, giocano in casa. Dal primo tempo emerge un sostanziale equilibrio. Una palla-gol a testa (Perrotta-Schneider) e ai punti, seppur di poco, meglio noi. lippi ha scelto Mertesacker e Metzelder, le due gru, come bersaglio preferenziale. Per una mezz’ora buona, sembriamo l’argentina, con Pirlo mascherato da Riquelme. Fasce blindatissime, metà campo intasata. L’italia alterna gli attacchi, con Camoranesi (più che Zambrotta) a destra, con Grosso a sinistra. Klinsmann piazza Kehl al posto di Frings (si sapeva) e Borowski al posto di Schweinsteiger (la novità). Non sfruttiamo i calci d’angolo, tutti in bocca a Lehmann. La Germania «taglia» da sinistra a destra. Ogni palla persa costa fior di contropiedi: è un errore di Pirlo che propizia l’occasione di Schneider. La difesa azzurra si conferma da Oscar. Cannavaro, un gigante. E poi Buffon: su Podolski, soprattutto. toni, Podolski e Klose sono accerchiati e, spesso, soverchiati. La partita ti tiene lì, avvinto alla trama. Il tocco magico di totti, ecco che cosa ci vorrebbe. È vivo e partecipe, ma non gli vengono i passaggi a giro. Cannavaro è un gigante. E la volta che Klose gli va via, ci pensa buffon. E la volta che scappa Podolski, idem. Nella ripresa, la Germania sembra più reattiva. toni è solo, una spallata qui, una là. Non c’è una chiave tattica che possa spiegare la sfida, o addirittura spezzarla. Ballack, però, si ritaglia metri preziosi e, sul lato mancino, quello presidiato da Camoranesi e Zambrotta, cresce la spinta di Lahm. La copertura del territorio è marziale. Sfida molto fisica: «intensa», suggeriscono da Fusignano. L’ultimo passaggio: il problema è lì. Noi, loro, tutti. I cambi non stravolgono l’equilibrio. Il meglio l’italia lo dà quando riesce a triangolare in velocità: verticale, sponda, uomo davanti al portiere. Il più delle volte, Perrotta: travolto da Lehmann in versione Schumacher (il portiere). Viceversa, i lanci lunghi sono facile preda delle «giraffe» di Klinsmann. Cala Camoranesi, i supplementari sono di Iaquinta. Fuochi d’artificio, stile Azteca. Il palo pieno di Gilardino, che aveva sostituito toni, e la traversa scheggiata da Zambrotta, al culmine di una delle sue rare sortite, dimostrano che l’italia non molla, c’è sempre, ma anche che nella vita gli episodi contano, e come. L’ingresso di Del Piero va letto in funzione rigori. Improvviso, il lampo di Grosso. E subito dopo, il fulmine di Del Piero. Si può dire, senza passare per viscerali nazionalisti, che abbiamo strameritato di andare dove saremo domenica sera?
Roberto Beccantini
Stampa italiana - La Gazzetta dello Sport: “Vola italia vola. Grosso-Del Piero: azzurri in finale, piazze in delirio”. Tuttosport: “GIGANTI. L’italia vola in finale dopo 120 minuti di battaglia con i tedeschi. Allo scadere i gol di Grosso e di Del Piero che scatenano la festa”. Il Corriere dello Sport/Stadio: “Vi amiamo. Mondiali: i leoni azzurri in finale“.
Stampa tedesca - Dopo l’evocazione irrisoria sulla ‘pizza italiana’ si passa alla logica mestizia legata alla sconfitta nella semifinale mondiale, anche se si riconosce il valore espresso in campo dagli uomini allenati da Juergen Klinsmann. Su Der Spiegel lo stesso Klinsmann ammette: “Non so ancora se resto”. Tornando ai titoli, in molti adesso puntano sulla “finalina di consolazione”: “Le lacrime seguono la tristezza, adesso saremo terzi”. Così la Suddeutsche Zeitung: “Via il sogno finale dopo una grande partita”, e infine la Bild, spesso tra le più sferzanti nei giorni precedenti la partita nei confronti dell’italia e dei suoi costumi: “Siete comunque eroi - si rivolge ai giocatori tedeschi - noi piangiamo con voi”.
Fonte: www.calciodoc.com
MauroCommenta sul Forum