
Perfino i banchieri di Abn Amro si sono scomodati per far capire a chi non vuol capire l’importanza del calcio. E se un colosso del credito fa previsioni sul calcio, bisogna essere trinariciuti per non rendersene conto. Ebbene gli olandesi sono certi che la vittoria del Mondiale farebbe decollare l’economia di una nazione, a maggior ragione se questa fosse la Germania o l’italia. Perché chi vince offre al mondo un’immagine positiva e si preferisce fare affari con chi vince. Dicono, inoltre, che si aprirebbero più facilmente le porte di quello che è visto come il mercato del futuro, quello cinese. Peccato se ne accorgano solo gli olandesi, perché dalle nostre parti l’azienda calcio è considerata ben poco, visto il modo con cui viene gestita, i numeri sempre negativi che l’accompagnano e gli inciuci quotidiani. Purtroppo è il solito ritornello per i soliti noti che non vogliono sentire. Da qui a parlare degli arbitri il passo è breve. Quando qualche tempo fa, in piena bufera, scrivevo che arbitri e assitenti non avevano sbagliato, ma ubbidito ai voleri della designazione, non pochi storcevano la bocca. Nonostante chi mastica calcio sappia che l’unico momento in cui lo sport della pedata è trasparente è quello della designazione. Guarda caso al raduno di Francoforte, per il Mondiale, erano presenti i vituperati de Santis e Rosetti, il primo considerato una sicurezza, come ha dimostrato in occasione delle qualificazioni mondiali, della Champions League e della Coppa Uefa, mentre il secondo, più giovane, rappresenta il domani. Non solo. L’assistente Ivaldi, contestato per Livorno-Messina e per qualche fuorigioco millimetrico a San Siro, dimostra in Liverpool-Benfica e in Betis Siviglia-Steaua Bucarest di essere perfetto. E, come merita, lo vedremo in Germania in coppia col livornese Griselli. Quindi non date ascolto alle frasi del designatore che lasciano il tempo che trovano («sbagliano i calciatori, possono sbagliare anche gli arbitri», ndr) o alle messe a riposo che durano lo spazio di un mattino. Le cose cui si deve credere sono due: la prima che gli arbitri sono bravi; la seconda che non sono indipendenti, perciò, troppo spesso, «costretti» a sbagliare. Altra cosa che si stenta a capire è come sia possibile che anche gli allenatori superpagati non si preoccupino di marcare, neppure dentro l’area di rigore, gli uomini-gol. Viene da pensare che sia loro sfuggito il particolare che per vincere le partite bisogna metterla dentro. Non credo esista altro modo. Nell’interesse del nostro calcio chiederei loro un atto di umiltà e li inviterei a soffermarsi sulla lettura dei tabellini delle gare disputate in ogni categoria. Potrebbero scoprire che, nel 90% dei casi, a segnare sono sempre gli stessi. Perché il gol è merce rara, è un dono di madre natura e saper giocare negli ultimi sedici metri è per pochi. Allora questi vanno guardati con la lente d’ingrandimento. E poi, smettiamola, una volta per tutte, di acquistare portieri all’estero.
Fonte: La Nazione
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